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Futurism, Quattro Elementi, Visioni Futuriste
Artisti vari
20 Febbraio - 20 Aprile 2020

Antonio Saccoccio
DOMATORI DI FORZE PRIMORDIALI


Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

Il Il sesto punto dell’endecalogo futurista incluso da Marinetti nel manifesto di fondazione del movimento non ha goduto della stessa fama di altri punti dello stesso proclama (basti pensare all’automobile da corsa «più bello della Vittoria di Samotracia», alla guerra «sola igiene del mondo», alla volontà di «distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie» etc.). Provare a comprendere il Futurismo partendo dagli “elementi primordiali” può risultare problematico, soprattutto se si tende a circoscrivere il Futurismo entro pochi tratti emergenti: modernolatria, distruzione della cultura passatista, esaltazione del coraggio, della velocità, dell’aggressività, della guerra. Ma oggi, dopo che gran parte della critica ha preso atto della complessità (e non solo semplicemente della contraddittorietà) del Futurismo, è indispensabile mettere da parte ogni approccio riduzionista inoltrandosi senza remore tra le pieghe meno indagate della poetica e dell’ideologia elaborate dall’avanguardia italiana. E a questo punto sarà opportuno anche chiedersi, e provare a comprendere, per quale motivo Marinetti abbia posto, proprio al centro del manifesto di fondazione, gli “elementi primordiali”.
I futuristi - dovrebbe essere chiaro ormai - non negarono o rinnegarono gli elementi e le forze naturali, ma rifiutarono il modo in cui l’energia contenuta in quegli elementi era stata ingabbiata e sterilizzata dalla civiltà e dalla cultura che consideravano passatiste. L’energia degli elementi è apprezzata dai futuristi per come si può presentare in natura e per il modo in cui può essere sfruttata dall’uomo. In realtà in natura solo il fuoco mostra di essere un elemento pienamente futurista. Altri elementi, come l’acqua e l’aria, sono apprezzati a seconda dell’energia dinamica che manifestano. L’acqua è elemento amato da Marinetti sin dalla giovinezza, ma solo quando si concretizza nella potenza e nel dinamismo del mare aperto: «Je t’aime, o Mer libératrice, d’un grand amour inassouvi». Quando l’acqua invece ristagna, diventa immediatamente un elemento passatista, come testimonia il campionario di gentilezze che FTM elabora per attaccare Venezia: «cloaca massima del passatismo», «città putrescente», «piccoli canali puzzolenti», «sudiciume di questo immenso acquaio pieno di cocci istoriati». Anche alcuni anni più tardi il poeta tornerà su simili distinzioni: «L’uomo cominciò col disprezzare il ritmo isocrono e cadenzato dei grandi fiumi identico al ritmo del proprio passo. L’uomo invidiò il ritmo dei torrenti simile a quello del galoppo d’un cavallo».
Per indagare il ruolo degli elementi naturali all’interno delle opere futuriste occorre partire - ne abbiamo già avuto un’anticipazione - da Marinetti, perché è lui che pone le fondamenta della poetica e dell’ideologia del movimento. Nei primi due manifesti marinettiani la presenza delle forze naturali è incessante. Il fuoco innanzitutto. È l’elemento che genera le trasformazioni, elemento dinamico e quindi futurista per eccellenza. È pura energia, calore, vita. Distruzione e purificazione. Per questo l’ambito semantico che ruota attorno al fuoco (la fiamma, l’incendio, il sole, il vulcano, l’esplosione, il colore rosso etc.) è dai futuristi solitamente associato a fenomeni positivi. Il primo manifesto viene definito dallo stesso Marinetti un «manifesto di violenza travolgente e incendiaria». L’alleanza delle forze naturali, fuoco e acqua, servirà a purificare l’Italia da biblioteche e musei: «E vengano dunque, gli allegri incendiari dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!... Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!... Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!... Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!...». E ancora (sempre il fuoco e l’incendio): i tubi del cofano dell’automobile «simili a serpenti dall’alito esplosivo», i «cantieri incendiati da violente lune elettriche», le stazioni «divoratrici di serpi che fumano». Per concludere perentoriamente: «I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!...».
Nel tessuto narrativo di Uccidiamo il Chiaro di Luna! elementi e forze naturali tornano con una frequenza ancora maggiore. Così si apre il manifesto: «Olà! Grandi poeti incendiari, fratelli miei futuristi!...»; e continua «Vigliacchi! Vigliacchi!... Perché queste vostre strida di gatti scorticati vivi?.. Temete forse che appicchiamo il fuoco alle vostre catapecchie?...». Poco dopo, ancora una visione esplosiva: «Bisogna che l’anima lanci il corpo in fiamme, come un brulotto, contro il nemico, l’eterno nemico». Le città di Paralisi e Podagra vanno distrutte e abbandonate, perché incarnano tutta una civiltà che ha negato energie e istinti vitali. Nel manifesto gli elementi e le forze della natura che hanno conservato l’energia primordiale (i pazzi e le belve, a cui si aggiunge significativamente anche l’Oceano Indiano) sono tutti uniti contro la logica, la razionalità e la saggezza passatiste, per «ringiovanire e ricolorare il volto rugoso della Terra». I futuristi vogliono appropriarsi dell’energia contenuta negli elementi naturali, vogliono dominare le forze della natura: «Io sento ringiovanire il mio corpo ventenne!... […] Voglio addomesticare i Venti e tenerli a guinzaglio... Voglio una muta di venti, fluidi levrieri, per dar la caccia ai cirri flosci e barbuti». Emerge qui il secondo motivo di attrazione dei futuristi per gli elementi naturali: questi non sono interessanti solo per l’energia che possiedono, ma anche perché possono essere domati dall’uomo futurista e utilizzati per abbattere la cultura passatista. Gli uomini, con l’ausilio dei nuovi elementi meccanici ed elettrici, sono ora in grado di sfruttare pienamente l’energia degli elementi naturali. È ne La guerra elettrica che Marinetti preciserà questo passaggio: «Attraverso i muscoli, le arterie e i nervi della penisola, l’energia dei venti lontani e le ribellioni del mare, trasformate dal genio dell’uomo in molti milioni di Kilowatts, si diffondono dovunque […] Dovunque crescono in modo anormale le piante, per effetto dello sforzo dell’elettricità artificiale ad alta tensione. Irrigazioni e prosciugamenti elettrici. […] La terra dà finalmente tutto il suo rendimento». Sono gli uomini ad amplificare l’energia degli elementi naturali, gli uomini sono «domatori di forze primordiali».
Con i primi due manifesti Marinetti lasciò un’impronta decisiva per il futuro del Futurismo, impronta con cui tutti i futuristi furono costretti a confrontarsi, anche coloro che erano più distanti dal temperamento del fondatore.
Aldo Palazzeschi fu personalità ben differente da Marinetti, eppure riprese immediatamente alcune delle suggestioni che abbiamo preso in esame. L’incendiario (1910) è significativamente dedicato “a F.T. Marinetti anima della nostra fiamma” ed è difficile non ritrovare proprio nella figura dell’incendiario le qualità dell’autore di Zang Tumb Tuuum, tanto che secondo Sanguineti L’incendiario ha il suo principale punto di contatto con Marinetti proprio nella metafora della distruzione con il fuoco. Come è stato detto, è la poetica dello “zolfino”, «la poesia che appicca il fuoco per rigenerare l’uomo e la società».

Io sono una fiamma che aspetta!
Và, passa fratello, corri, a riscaldare
la gelida carcassa
di questo vecchio mondo!

Affermerà Boccioni proprio nelle righe finali del suo trattato Pittura Scultura futuriste (1914): «Perché chiederci se il fuoco che portiamo in noi finirà col bruciare noi stessi? Che cosa importa? purché si possa propagare l’incendio sul mondo!...».
Agli albori del Futurismo pittorico, si ritrova lo stesso clima incendiario dei primi manifesti marinettiani: «Il grido di ribellione che noi lanciamo […] esprime il violento desiderio che ribolle oggi nelle vene di ogni artista creatore». In quegli anni tre notissime tele in cui prevale il tema della trasformazione, dell’agitazione e dello scontro sono dominate dal rosso-fuoco. Boccioni ne La città che sale (1910-11) pone al centro della tela un grande cavallo imbizzarrito, che pare animato dalle fiamme. Nel Funerale dell’anarchico Galli di Carrà (1911) lo scontro di lance e bastoni, di linee curve e rette, è tutto immerso in un cupo rosso-fuoco. Infine La rivolta di Luigi Russolo (1911), in cui molteplici cunei rossi penetrano fra le abitazioni (a destra rosse figure umane si allineano protendendosi in avanti con la medesima postura, quasi a costituire una torcia umana). Gli stessi cunei rossi, ancora più roventi, tornano in Dinamismo di un’automobile (1912-13), sempre di Russolo, in cui non è più l’energia umana, ma la velocità della macchina a infuocare l’atmosfera. L’energia del fuoco è nelle macchine, negli uomini rinnovati (i futuristi), ed è pure, abbiamo visto, negli animali. Anche in Carrà torna il tema del cavallo focoso ne Il cavaliere rosso (1913), in cui in realtà il cavaliere è l’elemento rappresentato con colori più freddi, mentre è il cavallo a essere quasi interamente percorso da varie tonalità di rosso.
Il fuoco è l’elemento che caratterizza la personalità dello stesso Marinetti. E questo non è sfuggito a diversi suoi ritrattisti. Si pensi al Ritratto di Marinetti di Carrà (1910-11), in cui il poeta pare quasi bruciato dalla passione febbrile per la creazione (si respira persino qualcosa di diabolico nell’atmosfera); o al più tardo Sole Marinetti (1920) di Rougena Zatkova, in cui l’intero volto è infuocato e raggiante. Persino nella Famiglia Marinetti (1930-33) di Dottori la figura del poeta pare avvolta tra le fiamme. E come non ricordare il parolibero Ritratto di Marinetti composto dalla sua cameriera Marietta Angelini: un numero Uno al centro in colore rosso attorniato dalla definizione “L’uomo rosso” e da laconiche ma emblematiche descrizioni (“cervello vesuviano carne di fuoco spirito acceso sangue che bolle le parole pioggia di lava cuore di sooole muscoli di acciaio rovente”).
L’istintiva attrazione nei confronti degli elementi naturali e il carattere focoso della personalità di Marinetti devono avere avuto qualche relazione con le sue origini africane e la sua esperienza giovanile in Egitto. Una terra ancora selvaggia in cui gli elementi naturali fanno sentire la loro invadente presenza. Così al tempo il poeta parlava del suo Mafarka il Futurista: «Sarà un romanzo africano. La fantasia e la nostalgia morbosa che mi dà tanta tristezza, mi hanno trasportato nel paese dove son nato, ed è con una febbrile esaltazione che vado scrivendo cose pazzesche e immagini poderose su quelle terre dove tutto ha il colore della fiamma». Questi tratti della personalità di FTM, derivati dai suoi natali africani, lo assimilano ai temperamenti meridionali, come notò lo stesso poeta:

O Siciliani! O voi, che fin dai tempi brumosi
notte e giorno lottate corpo a corpo
coll’ira dei vulcani,
amo le vostre anime che fiammeggiano
come folli propaggini del fuoco centrale!
Voi mi somigliate, Saraceni d’Italia
dal naso possente e ricurvo sulla preda afferrata
con forti denti futuristi!
Ho come voi le guancie bruciate dal simùn…

L’interesse per gli elementi naturali non si esaurisce nella fase del Futurismo cosiddetto (almeno fino a qualche tempo fa) “eroico”, ma certamente qualcosa negli anni successivi cambia: possiamo affermare che dopo la Grande Guerra anche la furia degli elementi subisce un ridimensionamento. Lo stesso Marinetti, nel manifesto Il Tattilismo (1921), esprime la sua comunione con gli elementi naturali mostrando una sensibilità mutata rispetto a quella dei primi manifesti.

Ero nudo nell’acqua di seta, lacerata dagli scogli, forbici coltelli rasoi schiumosi, fra i materassi d’alghe impregnate di iodio. Ero nudo nel mare di flessibile acciaio, che aveva una respirazione virile e feconda. Bevevo alla coppa del mare piena di genio fino all’orlo. Il sole con le sue lunghe fiamme torrefacenti vulcanizzava il mio corpo e bullonava la chiglia della mia fronte ricca di vele.

Artisti e poeti dotati di un temperamento meno aggressivo di quello del fondatore rappresenteranno in vario modo l’energia degli elementi naturali, soprattutto in questa seconda stagione del Futurismo. Dall’Incendio nella città (1930 circa) di Gerardo Dottori promana un’energia condensata: il cuore della tela è dominato da lingue di fuoco in varie tonalità di giallo e rosso, gli edifici circostanti sono tutti rosseggianti. Non sembra esserci devastazione, prevale un’intima sensazione di luce e calore; le stesse fiamme non hanno quella caratteristica di distruttiva aggressività che hanno in tele di altri futuristi. «Il pittore futurista - scriveva Benedetta Cappa Marinetti nel 1927 in un suo testo teorico - è nella natura, ne vive i ritmi necessari e superflui, dolci e violenti». Un’energia pura ed essenziale permea la sua tela Ritmi di rocce e di mare (1929), in cui gli elementi naturali si solidificano in colori e volumi compatti e ben definiti. Non a caso Marinetti attribuì a sua moglie «una purezza primitiva di temperamento elementare da tempo amico e padrone degli elementi dell’Universo». Una forza armonicamente calibrata emerge dalle opere di Alessandro Bruschetti, in cui il tipico paesaggio umbro è rappresentato con un ritmo continuo e avvolgente. In Paesaggio collinare (1935), in Acrobazie tra monti e laghi (1933) e in altri aeropaesaggi, le scie lasciate in aria dagli aeroplani su piani che si intrecciano e sovrappongono creano un andamento vorticoso ma regolare. Le spirali aeree riprendono e sintetizzano il ritmo sinuoso del tracciato stradale che cinge le tondeggianti colline e quello dei calmi corsi d’acqua che attraversano le valli.
L’aria è principio di vita ed è elemento che nutre il fuoco. Il vento, aria in movimento, è elemento futurista. L’aeropittura è anche conquista dell’aria; Tato, Crali, Sibò e altri dipingono aerei che dominano l’aria lasciando evidenti scie con ali, fusoliere, eliche. In diverse aeropitture di Sibò che rappresentano le nuove città sorte nell’Agro Pontino dopo la bonifica (Dalle paludi alle città, 1936-37; Sorvolando Littoria, 1937; Virata su Sabaudia, 1936 ca), emerge lo scontro tra aria, terra e acqua. Tale contrasto affiora nella caotica giustapposizione fra linee curve (le scie degli aerei, i profili ondulati costieri e del promontorio del Circeo) e rette (il tracciato regolare della nuova viabilità nell’Agro Pontino e gli edifici appena realizzati delle città di fondazione). La terra torna a vivere, è una “terra redenta”, si prende la rivincita sull’acqua e le paludi, che avevano paralizzato la vita in quel territorio per secoli. È una terra che, attraverso l’opera dell’uomo e l’impiego delle nuove tecniche, può finalmente sprigionare la propria energia. Tutto questo affiora anche nel coevo Poema della bonifica (1935) di Giuseppe Trecca: «L’assalto dei carri armati / travolge le zolle / groppe di terra nei filari / ondulosi, nerigni e riarsi / urlano le sirene / dei locomotori che giostrano tripudianti / è una mandria scatenata / che sconvolge i sogni pigri / della terra / e la risveglia con fischi laceranti». La bonifica integrale dell’Agro Pontino fu un grande esempio della capacità dell’uomo di impiegare le moderne tecniche per domare elementi e forze naturali. Un’opera pienamente futurista, tanto che lo stesso Marinetti in quell’occasione affermò lapidario: «Sono le macchine che dominano la natura».